Il “Liberation Day” e le nuove tariffe sull’Unione Europea
Il 2 aprile 2025 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato il pacchetto di tariffe reciproche che ha ridisegnato le relazioni commerciali tra Washington e il resto del mondo. Per l’Unione Europea — e di conseguenza per l’Italia — la misura ha introdotto un’aliquota del 20% su tutte le merci importate negli USA, a cui si aggiunge il preesistente dazio del 25% su acciaio, alluminio e autoveicoli, entrato in vigore dal marzo 2025. Un anno dopo, nel 2026, le ricadute economiche si fanno sempre più concrete e misurabili.
L’Italia, secondo esportatore europeo verso gli USA
Il peso dell’Italia nell’interscambio commerciale con gli Stati Uniti è tutt’altro che trascurabile. Secondo i dati elaborati da Assolombarda e da altri centri studi, il commercio bilaterale tra Italia e USA vale 92 miliardi di euro, con l’Italia posizionata al secondo posto tra i Paesi UE per volume di export oltreoceano, subito dopo la Germania.
Il surplus commerciale italiano con gli USA ammonta a circa 44 miliardi di euro, seconda quota all’interno del surplus complessivo europeo di 236 miliardi. Proprio questo squilibrio è stato indicato dall’Amministrazione Trump come una delle giustificazioni principali per l’introduzione dei dazi reciproci.
La sola Lombardia, prima regione manifatturiera d’Italia, ha esportato negli USA beni per un valore di 13,7 miliardi di euro nel 2024, pari all’8,4% del totale delle esportazioni regionali.
I settori del Made in Italy più esposti
L’applicazione delle tariffe non ha effetti uniformi: alcuni comparti del sistema produttivo italiano risultano più vulnerabili di altri in ragione del peso specifico del mercato americano nel loro fatturato da esportazione.
Vino e bevande
Il settore enologico è tra i più colpiti. Le esportazioni italiane di vino verso gli USA avevano raggiunto 1,9 miliardi di euro nel 2024, confermando il mercato americano come primo sbocco mondiale per il vino italiano. Con le nuove tariffe al 20%, i produttori italiani si trovano davanti a una scelta difficile: assorbire il maggior costo in conto margine o trasferirlo sul prezzo finale, rischiando di perdere competitività rispetto ad altri Paesi produttori come Cile, Argentina e Australia, che beneficiano di aliquote diverse.
Pasta e prodotti agroalimentari
Il settore della pasta è stato al centro di un caso specifico che ha caratterizzato i primi mesi del 2026. Tredici aziende italiane produttrici di pasta avevano inizialmente ricevuto la notifica di un dazio aggiuntivo del 92% (oltre al 15% standard), a seguito di un’indagine antidumping del Dipartimento del Commercio USA. A seguito di trattative, le tariffe applicate sono state riviste: La Molisana ha visto la propria aliquota ridotta al 2,26%, Garofalo al 13,98%, mentre altri 11 produttori italiani sono soggetti a una tariffa del 9,09%. Un parziale sollievo, che tuttavia non elimina il differenziale competitivo rispetto ai produttori americani.
Moda, tessile e lusso
Il comparto moda-lusso, con marchi del calibro di Gucci, Prada, Armani e Brunello Cucinelli, è esposto alle tariffe al 20% su tutte le categorie merceologiche non coperte da dazi settoriali specifici. Molte griffe italiane hanno comunicato di stare valutando la riorganizzazione della propria supply chain per limitare l’impatto, mentre alcune stanno assorbendo il costo del dazio per mantenere il posizionamento di prezzo sul mercato americano.
Farmaceutica e medicale
Il settore farmaceutico — tra i più rilevanti nell’export italiano verso gli USA — è stato inserito nella fascia con aliquota del 30,7%. Si tratta di una misura che impatta direttamente i margini delle aziende italiane che producono farmaci generici e specialistici destinati al mercato statunitense.
Automotive e componentistica
Il dazio del 25% sugli autoveicoli e sui componenti auto, in vigore dal 3 aprile 2025, colpisce l’indotto automotive italiano — spesso legato a forniture destinate a stabilimenti europei che esportano negli USA — con effetti a catena su tutto il tessuto di subfornitura del Nord Italia.
Le proiezioni macroeconomiche
Le istituzioni economiche italiane e internazionali hanno aggiornato le proprie previsioni alla luce dell’escalation tariffaria. La Banca d’Italia ha rivisto al ribasso le stime di crescita del PIL italiano, con una proiezione che si attesterebbe attorno allo 0,6% per il 2025, uno scenario che considera anche gli effetti della guerra commerciale in corso. Stime più pessimistiche, elaborate tra gli altri da Confindustria, ipotizzano una perdita complessiva fino a 20 miliardi di euro e la messa a rischio di circa 118.000 posti di lavoro nel medio periodo, qualora i dazi si consolidassero senza accordi compensativi.
Goldman Sachs ha stimato che gli esportatori europei si trovino ad affrontare un’aliquota tariffaria media ponderata del 14,9%, livello che si somma alle già esistenti fragilità del settore manifatturiero continentale.
La risposta europea e gli strumenti di sostegno italiani
L’Unione Europea ha avviato procedure di consultazione con Washington e non ha escluso contromisure selettive. Nel frattempo, il sistema italiano ha attivato alcune misure di sostegno alle imprese esportatrici. SIMEST e SACE hanno messo in campo circa 300 milioni di euro di strumenti finanziari dedicati alle PMI italiane che devono sostenere i costi della diversificazione commerciale verso mercati alternativi.
La diversificazione geografica dell’export — verso mercati del Sud-Est asiatico, del Medio Oriente, dell’America Latina e dell’Africa subsahariana — è indicata da molti analisti come la risposta strutturale più solida nel medio-lungo periodo per le aziende che dipendono in modo significativo dal mercato americano.
Considerazioni finali
La guerra commerciale avviata con il “Liberation Day” del 2 aprile 2025 rappresenta un cambiamento strutturale nelle relazioni economiche transatlantiche, i cui effetti si stanno dispiegando nel corso del 2026. Il Made in Italy, nonostante la sua tradizionale forza competitiva, non è immune da pressioni che riguardano prezzi, margini e quote di mercato. L’evoluzione della situazione dipenderà in larga parte dall’esito dei negoziati tra Unione Europea e Stati Uniti e dalla capacità delle imprese italiane di adattare le proprie strategie commerciali.
Le informazioni riportate hanno finalità puramente informative e non costituiscono consulenza finanziaria ai sensi del D.Lgs. 58/1998. I dati citati si basano su fonti istituzionali e analisi di centri studi disponibili al momento della pubblicazione.
Fonti: Assolombarda – Dazi USA 2 aprile | Banca d’Italia | Confindustria | ISTAT | Grassi Advisors
